Che tutte le feste si porta via

Si sono concluse le mie prime festività natalizie passate quasi completamente da solo: ho festeggiato il 24 e il 31 dicembre con Ernesto e con una bottiglia di vino e l’ho fatto tanto per necessità quanto per scelta. Perché mi sono reso conto di soffrire di una particolare patologia che mi porta a soffrire la mancanza prolungata del contatto umano ma allo stesso tempo di non riuscire a tollerarlo per più di un quarto d’ora se va bene.

Quest’anno, quello passato intendo, ho sofferto ancora di più la frustrazione e l’ansia di dover necessariamente celebrare qualcosa che non è mai stato nelle mie corde festeggiare, ma a differenza degli anni precedenti ho avuto la possibilità (o la scusa, che dir si voglia) di tirarmene fuori. Con questo non voglio certo dire che ho odiato quei pochi momenti di convivialità che ho comunque avuto la fortuna di passare, sia chiaro. Tuttavia mi sembra di essere ormai completamente immerso in una condizione di quotidianità che necessariamente devo passare solo con me stesso: dallo smart working alle restrizioni agli spostamenti e alle frequentazioni che mi impediscono di avere contatti più assidui con i miei affetti più stretti, passando per le ovvie e talvolta inconciliabili esigenze di ciascuno di noi, sono finito con l’abituarmi troppo alla solitudine e di conseguenza alla misantropia. Nonostante le detesti, restano le mia uniche compagne.

E più resto da solo, più faccio fatica a uscire da questa palude. Più mi abituo a questa condizione, meno sono gli stimoli a modificarla. Il fatto che ci stia bene tanto quanto ci stia male è del tutto ininfluente, so solo che se mai un giorno si ritornerà a quella che tutti chiamano “normalità”, io avrò grosse difficoltà a rimettermi in carreggiata.

Quindi scusate se sono scazzato, scusate se non vi presto attenzione, scusate se non c’ho voglia di parlare e stare con voi. Non mi state sul cazzo per un motivo in particolare, ma purtroppo fate parte del genere umano.

Le zanzare arrivano anche al terzo piano

E’ passato quasi un mese da quando non vivo più con la mia famiglia. Sono andato a vivere da solo e l’ho fatto anche con un po’ di ritardo, ma va bene lo stesso.

Ho aspettato un po’ prima di affrontare la questione:  volevo vedere come sarebbe stato una volta che avrei sistemato tutto quello che c’era da sistemare, volevo far passare i momenti più critici in cui ogni giorno hai otto miliardi di cazzi che ti si accavallano e vedere com’era, volevo anche prendere maggiore confidenza con una situazione che finora non avevo mai provato per più di una o al massimo due settimane di seguito. Ma la verità è che alla fine ci saranno sempre cose da sistemare, che ogni giorno continuerò ad avere cazzi su cazzi che mi si accavallano e che probabilmente non mi abituerò mai completamente a tutto questo.

Il punto è che in questi ultimi trenta giorni la mia vita è stata un’infinita montagna russa di emozioni contrastanti che ancora adesso faccio fatica a conciliare. Come faccio a provare contemporaneamente un’euforica sensazione di libertà per non dover più dividere quattro mura con le oppressioni familiari di prima e insieme la malinconia di non vedere più ogni giorno quei volti che erano diventati la mia unica quotidianità? Come faccio a sentire allo stesso tempo l’onnipotenza di chi per la prima volta sa di poter affrontare con le sue sole forze il futuro che lo aspetta e l’ansia di chi per la prima volta si rende conto di di dovere affrontare con le sue misere forze il futuro che lo attende? In 24 ore passo dalla felicità di potermi dedicare soltanto a me stesso ad un profondo senso di solitudine, nel giro di mezza giornata la casa che finalmente mi dà l’opportunità di dare sfogo a tutto me stesso, diventa la prigione che mi impedisce di recuperare la tranquillità che avevo quando non dovevo pensare alle bollette, all’affitto e alla spesa.

 

E credo che un punto di equilibrio non lo troverò mai: quello che ho desiderato così tanto e così a lungo sarà contemporaneamente anche la mia più grande ansia e la mia più grande paura. Continuerò a deprimermi, ma lo farò con una bella vista dal terzo piano. Continuerò ad avere paura, ma potrò farlo in qualche metro quadro in più.

Continuerò a viverla male, ma meglio.

Diario di un isolamento felice

Lo ammetto, al netto di tutto non sto male. Chiuso in casa, esco solo per buttare l’immondizia, comprare le sigarette e fare due soldi di spesa di tanto in tanto. Non incontro nessuno, non parlo con nessuno, se non con chi incrocio ogni tanto dal balcone della mia stanza. Guardo serie tv, film, leggo, gioco col gatto, sento Eleonora e gli amici al telefono o su WhatsApp o sui miliardi di applicazioni per videochat che sono uscite fuori ora tutte insieme. Sto così da quasi due mesi ormai, e non sto male.

 

Sono un sociopatico di merda, lo so. I contatti con le persone e con il mondo esterno per me sono sempre stati principalmente fonte di ansia e ho sempre preferito i piccoli mondi privati che creavo nella mia stanza che quello reale che ogni giorno vive là fuori. E essere obbligato da qualcun’altro a non vivere più la reale quotidianità delle cose è stato un sollievo. Essere obbligato da qualcun’altro a non dover più pensare alle incertezze del futuro ma ad un cristallizzato, per quanto oppressivo, presente, è stata quasi una liberazione.

Così posso vivere le mie manie, le mie ansie, le mie depressioni, le mie angosce, solo con me stesso. Posso vivere il mio disagio, sotterrandomi sotto le coperte, senza il timore di doverne rendere conto a qualcuno. Senza essere giudicato per il male che provo.

Mi mancano le parole di conforto che prima potevo avere, ma mi mancava ancora di più l’intimità con me stesso. Mi mancava il confrontarmi così a lungo con le mie paure. Mi mancava l’ossessività con cui cerco di uscirne fuori ogni volta.

 

E adesso, sinceramente, quello che mi spaventa di più è che tutto torni come prima.

Costante

Ogni volta che te ne vai mi sento sempre un po’ più solo.

Se ne va anche un pezzetto di me, un pezzetto che a volte è piccolino e non lo sento troppo, ma a volte è un po’ più grosso e allora mi fa male.

 

Ogni volta che te ne vai mi sento sempre un po’ più solo.

Come se fossi in pericolo, non ho più quella sicurezza e quella serenità che ormai trovo solo tra le tue braccia.

 

Ogni volta che te ne vai mi sento sempre un po’ più solo.

Te ne vai tu e me ne vado anche io, perché siamo la stessa e un’altra cosa insieme. E alla fine mi lascio qui.

 

Ogni volta che te ne vai mi sento sempre un po’ più solo.

Solo, ad affrontare un mondo che ormai mi sembra che riusciamo a capire soltanto io e te.

 

Tre è una parola di tre lettere

Il vecchio parla da solo e si attacca al cartone di Tavernello seduto su una panchina. Cristo, lo guardo e spero di poter morire prima di diventare così.

Perché ho paura che finirà così, ho paura di poter diventare così e che non ci sarà nessuno a fermarmi o ad aiutarmi quando succederà.

E c’è questa voce che me lo chiede di continuo.

Perché non la smetti di tornare a casa sui gomiti il sabato sera?

Perché non la smetti di fumare ogni sigaretta fino al filtro?

 

Perché non la smetti di avere paura del futuro?

 

Non lo so, è inutile che me lo continui a chiedere. Tanto non lo so. So solo che non so fare altro, so solo che è il modo migliore che conosco per farcela.

So solo che mancano tre giorni.

Harbor

Non sono mai stato una persona che pretende. In fondo non ho diritto a nulla, lo so, l’ho imparato, ne ho piena coscienza e non me ne faccio un problema.

Nonostante ciò non posso fare a meno di provare un profondo senso di frustrazione e di delusione, quando tutto quello che metto in un impegno, in un lavoro, in un rapporto, non trova corrispondenza dall’altra parte.

Sbaglio io. Sbaglio io perché non me l’ha chiesto nessuno. Sbaglio io perché, grazie al cielo, siamo tutti diversi e nessuno è come me. Sbaglio io perché sì. E del resto non posso farne una colpa a nessuno, dal momento che io per primo spesso e volentieri trascuro le altre parti, io per primo finisco con l’allontanarmi da ciò che ho cercato di avvicinare, io per primo raramente mi sono dato da fare per dare stabilità alle fondamenta delle relazioni che più o meno faticosamente ho costruito.

 

Quello che desidero è solamente essere un approdo. Un posto in cui qualcuno possa trovare sicurezza, riposo, serenità, riparo. Un posto dove voler stare.

E invece sono io che me ne vado sempre più alla deriva.

 

Sick Happy

Nel 2003 usciva questo album degli Hell is for Heroes che si chiama The Neon Handshake e io ho fatto carte false per averlo, ho tampinato il negozio di musica che sta tra Giulio Agricola e Subaugusta per giorni e settimane fino a che non me l’ha rimediato, e subito ho iniziato a squagliarlo nel mio lettore cd, ascoltando ossessivamente quelle dodici tracce.

Ce l’ho ancora tra l’altro, il lettore, un Sony, anche se non credo funzioni più.

E poi niente, sono passati anni, ma alla fine me lo sono ritrovato in macchina, il cd, e ho ricominciato a squagliarlo stavolta nell’autoradio, ho ricominciato a urlare quelle canzoni che urlavo a sedici anni, sentendole sempre mie.

 

Per ricordarmi che nonostante tutto sono ancora lo stesso ragazzino incazzato di sedici anni fa.

 

‘Cause I can run, I can hide
I can take a world of pain in a stride
And I don’t need fairy tales to pretend
And I don’t need heroes to depend

 

Impermeabile

Alzo il volume al massimo, sempre. Lo faccio sui mezzi pubblici, in giro, a casa, in ufficio. Perché non voglio sentirli, non voglio sentirvi, non voglio sentirti.

Le parole sono lame che lacerano la mia tranquillità.

E allora alzo, alzo tutto fino a perforarmi i timpani. Alzo fino a perdere il contatto con tutto ciò che mi circonda. Così che se voi non ci siete più, allora ci sono solo io. Io e basta. Io, i miei problemi e le mie paranoie. Ma non i vostri.

 

In ogni caso non preoccuparti, sono insensibile.

Non stare in pena per me, sono impermeabile.

 

 

Cassetti

Le mie preoccupazioni, i miei problemi, di solito li metto tutti nei cassetti. Li metto lì e li lascio stare, chiusi, così da non sentirli, non vederli, dimenticare che esistono, sommersi dal resto delle cose.

Che poi magari dopo un po’ di tempo riapri quel cassetto e ritrovi una cosa che non sapevi più di avere. Tipo un problema che avevi dimenticato di risolvere.

 

Io continuo a riempire cassetti e non ci penso, anche se ormai straripano e mi perdo le cose.
Devo comprare cassetti più grandi, credo.